La comunicazione efficace: non solo parole

Le prassie e la comunicazione sono strettamente correlati. L’aspetto verbale è solamente una parte della comunicazione: basti pensare che la componente non verbale del linguaggio, la gestualità, influisce per l’80% in una comunicazione efficace.

Che cosa succede allora in quei casi in cui la pianificazione mentale del movimento non si traduce in un’azione efficace, come avviene nei bambini con problemi di prassie? Come si rifletterà questa difficoltà sulla loro capacità di utilizzare e capire la gestualità e quindi sulla possibilità di sfruttarla nella comunicazione? Come potranno cogliere il significato sottostante, le sfumature?

Sviluppo comunicativo del bambino: regolazione e co-regolazione

Durante i primi tre mesi di vita il bambino lavora intensamente per autoregolarsi e intraprende un legame con chi si prende cura di lui: ascoltare la voce materna è rassicurante e attiva in modo innato i muscoli uditivi del bebè per ricevere al meglio i suoni, che, con le loro frequenze, saranno di sostegno alla modulazione della voce e allo sviluppo linguistico in futuro. In questo periodo il bambino acquisisce la capacità di seguire con lo sguardo i volti conosciuti, di utilizzare diversi tipi di pianto per comunicare determinati bisogni alla madre, di sincronizzare suzione, deglutizione e respirazione, abilità queste di grande valenza per lo sviluppo emotivo, cognitivo, fisico. Questo tipo di autoregolazione basata principalmente sul legame con la madre aiuta il bambino a perseguire uno scopo comunicativo. Quando però il bambino soffre di problematiche di autoregolazione il legame primario col genitore ne risente e di conseguenza anche il desiderio di comunicare.

Il passo successivo riguarda la capacità del bambino di co-regolarsi con chi si prende cura di lui: anche questa è una tappa basilare per lo sviluppo della coordinazione motoria.

Il bambino inizia a comunicare attraverso la gestualità e impara anche a modulare le emozioni sulla base sicura della relazione con la madre. Il suo scopo è attirare l’attenzione e scopre che il modo migliore per farlo è comunicare con la combinazione tra sguardo e gesto, espressione facciale e suono; inizia la vocalizzazione e utilizza diversi suoni per esprimere i suoi bisogni e i suoi stati d’animo. Utilizza i suoni più facili da articolare come “p”, “b” e “m” modulandoli su frequenze sempre più alte e per dei lassi di tempo ogni volta più lunghi. È possibile vederlo che ride con l’adulto o emette gorgoglii mentre esercita il proprio orecchio a cogliere i suoni propri del linguaggio. Durante questa fase sta quindi registrando un proprio repertorio di suoni percepiti e di schemi motori per articolarli e questo sarà alla base dello sviluppo linguistico verbale. È quindi importante per il bambino vedere il viso dell’interlocutore così da imparare la corretta pianificazione motoria orale che corrisponde a quel determinato suono.

La comunicazione reciproca

Durante il primo anno di vita il bambino comincia a distinguere le azioni della madre dalle proprie, aumenta la consapevolezza di essere un soggetto “comunicante”: io sono io e tu sei altro da me e possiamo così comunicare in modo reciproco. Questa consapevolezza emergente motiva tantissimo il bambino a perfezionare la motricità di gesti e verbalizzazioni, le prassie appunto. In questo periodo inizia la lallazione (“tata, upup, bibi”): l’esplorazione del linguaggio inizia dalle sillabe e dalle loro diverse intonazioni.

Verso il primo anno di vita il bambino pronuncerà le prime parole e dopo i 18 mesi si dovrebbe assistere ad una vera e propria “esplosione del vocabolario”.

Dal punto di vista delle prassie, per sviluppare lo schema motorio il bambino è spinto a ideare, intraprendere e dividere in sequenze. Vuole esplorare il mondo, gattona da chi si prende cura di lui e si volta se sente la voce della madre. Inizia lo sviluppo del sé, della percezione dello spazio occupato, della possibilità di avere un’influenza sull’ambiente e le persone. 

Supportare lo sviluppo del linguaggio: logopedia e psicomotricità

A questo punto se le tappe dello sviluppo non si sono compiute adeguatamente, si possono riscontrare delle difficoltà riguardo il linguaggio: la disprassia verbale, ossia l’incapacità di tradurre in suoni adeguati il programma motorio mentale, si manifesta con scarsa variabilità dell’intonazione e in questi casi la fase di lallazione si può protrarre molto a lungo. Spesso alla disprassia verbale è associata una difficoltà di prassie anche di altre parti del corpo, la più frequente è quella alle mani.

In questo contesto la logopedia e la psicomotricità possono essere di grande aiuto allo sviluppo del linguaggio. Bisogna supportare il corpo a ricevere e registrare le informazioni necessarie al bambino per organizzare l’esecuzione di gesti e parole. È importante acquisire la consapevolezza della propria bocca e dei movimenti che può fare, lavorare sull’imitazione dei suoni del parlato, associarli ai movimenti del corpo, apprendere la coordinazione e la sequenzialità del tempo.

La disprassia influenza negativamente sull’esplorazione di sè e dell’ambiente e il comportamento comunicativo può risultare rigido perché il bambino è “impacciato”, fa fatica a destreggiarsi tra lo schema motorio che ha in mente, la sua realizzazione e l’effetto che sortisce.

Il Centro Tomatis® Bologna lavora sui disturbi dell’età evolutiva con un approccio multidisciplinare: contattaci allo 051 4859072 per conoscere il metodo che utilizziamo.

Tags: , , , , , , ,

© Aures di Bassoli Chiara | via Vittorio Veneto 21/C 40131 Bologna

 Note legali | Privacy e Cookies