Un ritmo che fa bene al cervello: musica e linguaggio

Negli ultimi decenni la musica ha assunto un ruolo importante, uscendo dall’ambito dell’intrattenimento per diventare una medicina per corpo e spirito. Suonare uno strumento o ascoltare la musica sono attività che stimolano notevolmente il cervello, con risultati sorprendenti a livello cognitivo, già da piccolissimi.

Questo articolo, tratto dalla rivista on line di approfondimento scientifico Galileonet, ci illustra le relazioni studiate tra musica e linguaggio.

Gli effetti benefici della musica sul nostro organismo non sono un mistero. Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi che mostrano come la musica sia in grado di migliorare le capacità cognitive delle persone, anche oltre l’ambito strettamente musicale. Qualche esempio? Frequentare corsi di musica ha effetti positivi sul rendimento scolastico nei ragazzi, mentre l’aver suonato uno strumento, anche da piccoli, migliora le capacità uditive fino all’età adulta. Ma non solo. Uno studio appena pubblicato su Pnas ha invece indagato gli effetti della musica su bambini di appena 9 mesi, e suggerisce come l’ascolto già da piccolissimi aiuti lo sviluppo del linguaggio.

Nel corso dello studio i bambini (39 in tutto) sono stati suddivisi in due gruppi. Tutti hanno partecipato a 12 sessioni di gioco da 15 minuti, nell’arco di un mese, in compagnia dei propri genitori. Ogni bambino è stato impegnato in un’attività sociale, che coinvolgesse l’uso del corpo, ma con una differenza tra i due gruppi: 19 bimbi, appartenenti a quello di controllo, hanno giocato con costruzioni, macchinine ed una serie di altri oggetti; agli altri 20, invece, è stata fatta ascoltare della musica, e l’attività consisteva nel battere il tempo, con l’aiuto dei propri genitori, come mostrato in un video. Come è possibile sentire dal video, è stata scelta musica in ritmo ternario (quello tipico del valzer, ad esempio), perché ritenuta più difficile da imparare per i bambini.

A una settimana dalla fine dell’esperimento, i bambini sono stati sottoposti a magnetoencefalografia, una tecnica utilizzata per la misurazione dell’attività elettromagnetica del cervello. In particolare, questa tecnica ha sondato due regioni del cervello, la corteccia uditiva e la corteccia prefrontale, importante per diverse abilità cognitive. Durante le sessioni, ai bambini sono stati fatti ascoltare dei suoni ritmici, che venivano di tanto in tanto interrotti. Non solo: sono stati utilizzati anche frammenti di discorsi, sempre con una cadenza ritmica e delle interruzioni. L’idea, spiegano gli scienziati, era di evidenziare nel cervello dei piccoli delle risposte che potessero indicare la capacità di rivelare queste interruzioni.

Come ipotizzato dai ricercatori, i bambini del gruppo musicale hanno mostrato risposte neurali più marcate rispetto ai bambini del gruppo di controllo. Questo vale sia per l’ascolto della musica che del  parlato e in entrambe le regioni cerebrali analizzate. Risultati che, secondo i ricercatori, indicano che l’attività musicale migliora il riconoscimento degli schemi sonori, anche quelli del linguaggio.

Per Christina Zhao, una delle ricercatrici coinvolte, quanto osservato ha permesso di capire qualcosa in più su come i bambini imparino il linguaggio parlato, dall’altra ha aggiunto un tassello nella comprensione di come il cervello elabori musica e linguaggio in modo simile.

Il metodo Tomatis®, all’interno di un percorso logopedico, è un valido aiuto per i disturbi del linguaggio.

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