L’ Audiopsicofonologia di Alfred Tomatis nel trattamento del Tinnito

Nel numero di Natura Docet di Marzo è presente un interessante articolo della Dott.ssa Chiara Piccinini, laureata in Medicina e Chirurgia e in Biologia. La Dott.ssa Piccinini si occupa di Audiopsicofonologia a Modena da oltre 15 anni e nella sua pratica quotidiana lavora nella ricerca rispetto all’efficacia e all’implementazione dell’Audiopsicofonologia in vari ambiti.

La Dott.ssa Piccinini illustra gli ultimi studi in materia di acufene e presenta i risultati della sua ultima ricerca, in cui ha sottoposto a sedute di Audiopsicofonologia un gruppo di pazienti affetti da Tinnito. La ricerca è inoltre stata pubblicata sulla rivista scientifica “Confinia Cephalalgia et Neurologica” (Conf. Cephalal. Et Neurol. 2018; Vol. 28, N. 3: 135-147)

Un acufene è per sempre? Dottoressa è come un ronzio, un cicalio, un fischio, un cigolio, una ventola, un fruscio; oppure, dottoressa è come una cascata d’acqua, come il motore del frigorifero, come il tubo catodico di un vecchio televisore, come un grillo, una cicala, come il rombo di un tuono, come la sirena della nave.


Queste sono solo alcune delle definizioni che le persone usano per descrivere il suono che sentono nelle orecchie o nella testa. Alcune persone non si rendono neppure conto che ci sia, altre ne sono così travolte da non voler più vivere.


L’acufene è un sintomo, non è una malattia. Il tinnito può essere la conseguenza di diverse disfunzioni delle vie uditive – periferiche o centrali – o di altre aree cerebrali.

Perciò deve essere considerato come un disturbo percettivo e non come un segnale che origina in un punto discreto di un orecchio o della testa.
È sempre fondamentale fugare la presenza di patologie che possano dar segno di sé sotto forma di un suono nelle orecchie.
Il medico otorinolaringoiatra è in grado di effettuare questa doverosa diagnosi differenziale, salvo concludere, nella maggior parte dei casi, che si tratta effettivamente solo di acufeni e che “non c’è niente da fare”, che “bisogna imparare a conviverci”.

È un fenomeno in grande aumento e si sta estendendo sempre di più alle fasce giovani e giovanissime della popolazione. L’inquinamento acustico sempre più invadente sembrerebbe esserne la causa. Molti gruppi di ricerca sono impegnati nel tentare di comprendere i meccanismi che sono alla base di questo fenomeno e altri ancora lavorano per trovare una terapia.

C’è chi indaga in ambito neurotrasmettitoriale alla ricerca del farmaco che possa sedare il tinnito e chi indaga alla ricerca delle vie implicate nella sua genesi e nel suo mantenimento.

Werner Mühlnicken nel 1998 definì per la prima volta il tinnito come una sensazione uditiva fantasma, paragonandolo alla sindrome dell’arto fantasma tipica degli amputati.

Questa intuizione di una ventina d’anni fa è stata poi confermata da numerosi e prestigiosi studi relativi alla neuroplasticità, ovvero alla capacità del cervello di cambiare i propri circuiti in base agli stimoli che riceve.

Nel caso del tinnito sembra che il cervello non riesca a eliminare, silenziare, quel suono, come fa di prassi per tutti i suoni non minacciosi, ma che, viceversa, mantenga e alimenti quel circuito come qualcosa di essenziale per la propria salvaguardia. Questo meccanismo viene definito plasticità mal-adattativa. È esperienza comune che diversi suoni che popolano la nostra quotidianità vengano “non ascoltati”.

Il tinnito si configura e si stabilizza se, una volta comparso il suono fantasma, il cervello innesca del tutto inconsciamente una mal-associazione con circuiti che riguardano la minaccia e la paura. Una volta che questa associazione si è formata, il tinnito non può più essere relegato a sottofondo sonoro, ma viene portato alla ribalta della nostra attenzione con tutto il corredo emotivo che lo circonda e, mi vien da dire, lo protegge.

Insonnia, ansia e depressione accompagnano molto spesso soprattutto le prime fasi di insorgenza del tinnito.

In un articolo del 2014, il gruppo di ricerca di Zeina Chemali, psichiatra e professoressa ad Harvard, ha suggerito un ulteriore interessante spostamento del punto di osservazione sull’argomento. La costante presenza di sintomi non-uditivi che si accompagnano al tinnito, sintomi di natura cognitiva, comportamentale ed affettiva, configurerebbero quella che i ricercatori definiscono “sindrome da tinnito”. Perciò, a loro parere, gli acufeni dovrebbero essere considerati come un disturbo di natura neuropsichiatrica, mettendo l’accento così sul coinvolgimento della persona nella sua interezza.

La ricerca procede ma la terapia del tinnito continua ad essere una difficile sfida. Le terapie sonore sembrano essere le più promettenti nell’aiutare le persone con tinnito.


Il primo protocollo apparso è la Tinnitus Retraining Therapy (TRT) di Pawel Jastreboff che accoppia un lavoro di presa di coscienza con una stimolazione inconscia consistente in un rumore bianco.


La Ultra High Frequency Vibration Therapy unisce la stimolazione acustica a quella somatosensoriale attraverso uno stimolatore osseo posto sulla mastoide. Christo Pantev ha ottenuto risultati incoraggianti con il suo Tailor-Made Notched Music Training (TMNMT) che utilizza l’inibizione laterale per ridisegnare la rappresentazione corticale della frequenza del tinnito. In altre parole viene tolta dalla musica la frequenza caratteristica dell’acufene, in modo da stimolare le frequenze adiacenti nella corteccia uditiva a occuparne il posto.

De Ridder e Vanneste, infine, propongono un protocollo per il trattamento del tinnito che consiste nella stimolazione acustica – priva della frequenza del tinnito – accoppiata alla stimolazione del nervo vago.

Lo scorso dicembre, Confinia Cephalalgica et Neurologica ha pubblicato il risultato di una ricerca che ho condotto che mostra per la prima volta il contributo dell’Audiopsicofonologia di Alfred Tomatis nel trattamento del tinnito (Audiopsychophonology in tinnitus treatment. Conf. Cephal. et Neurol. 2018; Vol. 28, N. 3: 135-147 ).


Si tratta una terapia sonora che agisce a vari livelli del sistema nervoso centrale e periferico modificando la percezione del tinnito e la sua penetranza nella vita quotidiana dei pazienti. Di fatto, ha anticipato, comprende e integra tutte le terapie sonore sopra citate.


La stimolazione sonora, fornita attraverso “l’orecchio elettronico”, uno strumento che interviene sulla musica in modo da innescare la plasticità cerebrale, consente una maggiore integrazione fra i vari sistemi sensoriali ed una migliore armonia fra il sistema nervoso simpatico e parasimpatico. Per maggiori approfondimenti sul metodo Tomatis in generale si veda il numero di febbraio 2018 di Pianeta Medicina & Salute oppure www.tomatismodena.it.


Nello studio che ho condotto, 30 pazienti fra i 25 e i 78 anni (12 donne e 18 uomini) si sono sottoposti a sedute di Audiopsicofonologia: mediamente un ciclo di 15 giorni e un ulteriore ciclo di 8 giorni a distanza di circa un mese.

Oltre ai test di valutazione propri del metodo Tomatis, ai pazienti è stato chiesto di compilare prima e dopo il periodo di terapia il Tinnitus Handicap Inventory (THI) e il Self-Rating Anxiety Scale (SAS). Il primo è un test che fornisce un’indicazione su quanto il tinnito occupi e infici la quotidianità della persona, mentre il SAS è un questionario di autovalutazione del livello di ansia. Dopo il trattamento è stato riscontrato un evidente miglioramento sul livello di invasività del tinnito (1 grado di miglioramento mediano al THI) – fig. 1 – ed un miglioramento di oltre il 20% nella percezione soggettiva dell’ansia – fig. 2 –.

Analizzando più in dettaglio i dati, si è visto che le persone che soffrivano di acufene da più tempo (oltre 36 mesi) e le persone che avevano un punteggio molto alto al THI iniziale, ovvero l’acufene aveva inciso moltissimo nelle loro vite, sono stati quelli che hanno ottenuto un beneficio maggiore dalla terapia Audiopsicofonologica, addirittura doppio rispetto a quello medio riscontrato nella popolazione di studio (miglioramento di 2 gradi al THI) – Fig. 3 –.

In tre casi l’acufene è totalmente scomparso. Un altro aspetto che sembra delinearsi nello studio è quello legato alla causa scatenante il tinnito.

In 18 persone è stato possibile ricondurre la genesi dell’acufene a un problema di origine otorinolaringoiatrica – per il dettaglio vedi Fig. 4 –.

In questo ambito i miglioramenti sono stati del 50% maggiori rispetto ai risultati ottenuti dall’intera popolazione studiata.


Viceversa gli acufeni che avevano come causa scatenante un trauma acustico non sembrano avere ottenuto miglioramenti, né al THI né rispetto al livello d’ansia, peraltro già molto basso prima di iniziare la terapia.

Mentre negli acufeni la cui comparsa è riconducibile ad un forte momento di stress nella vita della persona (divorzio, lutto, tracollo finanziario), pur non avendo mostrato un significativo calo al THI, hanno ottenuto un miglioramento del 20% nella valutazione soggettiva dell’ansia.

I risultati positivi che emergono dal lavoro qui presentato, devono essere verificati su popolazioni più ampie e progettando studi che impieghino valutazioni oggettive per ogni dominio di funzionamento analizzato.


Ciò non di meno, emerge l’indicazione che l’Audiopsicofonologia di Alfred Tomatis possa essere uno strumento non invasivo, privo di effetti collaterali e potenzialmente efficace nel migliorare la qualità di vita delle persone che soffrono di acufene.

Articolo originale qui

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