Come un visitatore straniero: la dislessia

Questo articolo spiega con un’interessante analogia il mondo dei giovani dislessici (tratto da un articolo presentato in origine alla conferenza di Toronto ‘Listening and Learning’ del 1978 e pubblicato in inglese in ‘About the Tomatis Method’ di Gilmor, T., Madaule, P., Thompson, B.: The Listening Centre Press, 1987)

Questo articolo è indirizzato agli specialisti, agli insegnanti e ai genitori che cercano di capire meglio la dislessia e che vogliono trovare nuove soluzioni al problema.

L’obiettivo principale dell’articolo è considerare la persona che si nasconde dietro il fenomeno conosciuto come ‘dislessia’, l’etichetta che designa il bimbo con problemi di lettura, in particolare, e uno scarso rendimento accademico in generale. (…..) Agli occhi di molti, la dislessia potrebbe esistere solo in classe. Invece, il bimbo dislessico convive con lei tutto il tempo: nell’intervallo, a casa, coi suoi amici, da solo, sveglio e nei suoi sogni. Il dislessico è dislessico ogni secondo della sua vita.

I genitori dei bimbi dislessici sanno meglio di chiunque altro le difficoltà che si presentano nel capire questi giovani e nell’ essere capiti da loro. Questi stessi genitori  spesso non sono in grado di individuare la connessione tra il comportamento del figlio a casa e la sua scarsa performance accademica. Il bimbo dislessico ha problemi a comprendere perché non ha un appoggio. Disorienta gli altri perché egli stesso è disorientato. (…)

I genitori non sono gli unici che si sentono sconfitti con questi giovani. Anche gli specialisti possono sentirsi confusi davanti al loro comportamento. Di recente uno psicoterapeuta ha commentato che spesso si è sentito disorientato di fronte ad adolescenti dislessici. Non sapeva come prenderli. Durante il trattamento, li percepiva come superficiali e immotivati. Sembravano giocare un ruolo senza avere una chiara idea di cosa volessero.Una relazione diretta ed aperta con loro era spesso impossibile. Anche alcuni dei più coscienziosi insegnanti  si possono arrendere, categorizzando i giovani dislessici secondo le più tradizionali categorie: pigro, indolente, stupido, rozzo, disattento, ‘fuori di se’ con una cattiva influenza. Poiché questi studenti trasmettono il loro profondo disagio a coloro che hanno intorno, spesso servono come capro espiatorio per i loro pari. Diventano le vittime, i seccatori, i membri marginali della loro classe.

Io stesso, dislessico fino a 18 anni, fino a quando ho cominciato a beneficiare del programma di educazione all’ascolto sviluppato dal Dr Tomatis ed sono stato capace di ‘attraversare’ il muro della comunicazione efficace, vorrei parlare per quei giovani che sono ancora al di qua del muro. (…) Lasciatemi iniziare descrivendo cosa prova un bambino con problemi di apprendimento, che vive nel mondo che si è creato e dal quale non può fuggire.

(…) Una migliore comprensione del mondo dei dislessici significa una migliore comunicazione e supporto dei giovani dislessici. Per aiutare ad illustrare questo stato di profonda confusione, vorrei tracciare un’ analogia tra lo stato del dislessico e l’esperienza della visita di un paese straniero. Perché questo particolare paragone? Perché durante un esteso soggiorno in paesi stranieri, qualche volta ho delle fitte che mi riportano alla memoria il mio stato di ex-dislessico.

Immaginate uno straniero da solo in un paese dove il linguaggio non è familiare, obbligato a comunicare utilizzando le scarne risorse linguistiche a sua disposizione. Lo straniero sa cosa vuole dire, ma è in grado di esprimerlo solo in modo incompleto ed imperfetto. Il vocabolario inadeguato e le frasi costruite in modo scarso che usa per esprimere i suoi pensieri sono solo approssimazioni. La sfumatura è impossibile. E quando gli altri replicano, lo straniero afferra solo parte della replica. Pensando che abbia compreso, o perché è stanco di chiedere all’ interlocutore di ripetere le sue parole, agisce sulla parziale comprensione piuttosto che sul reale significato delle parole. Ovviamente, questo tipo di conversazione porta presto ad una serie di fraintendimenti che distorcono la comunicazione e possono, in alcuni casi, essere responsabili del deterioramento della relazione tra i due interlocutori.

In più, lo sforzo della ricerca delle parole giuste e il cercare di comprendere cosa gli altri stanno dicendo richiede così tanta concentrazione che lo straniero presto perde il filo delle proprie idee e presto si stanca e si stressa.

Dopo poche esperienze come questa, la motivazione inizia a svanire e il visitatore straniero si sente scoraggiato. Prima inizia a perdere l’autostima. Si sente non a suo agio, irritato o inibito attorno alle altre persone. Ci sono momenti in cui teme chi lo circonda; può anche rifiutare il nuovo ambiente o essere rifiutato da esso. Tutto ciò culmina in quella malattia che chiamiamo nostalgia o malattia di casa, un sentimento che cresce nello straniero pian piano e scaturisce nel voler essere a casa nuovamente, nel proprio paese. Questo sentire non piacevole potrebbe essere anche chiamato ‘nevrosi dello straniero’. Questa nevrosi è ciò con cui il dislessico cerca di convivere, o ciò con cui smette di cercare di convivere o ciò con cui rifiuta di convivere.

Il Metodo Tomatis ®, stimola il cervello a sviluppare meccanismi di rilevazione del cambiamento, con benefici diretti sulle capacità di attenzione, apprendimento, disturbi nell’analisi dei suoni o del linguaggio.

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